Monaco: il gelato del futuro? Quello che… verticalizza

Dorme più o meno quattro ore a notte. Glielo ricorda l’orologio che porta al polso. Nelle altre venti, tra conference call, viaggi e riunioni strategiche per incrementare il fatturato già florido dell’azienda, Pietro Monaco deve trovare una finestra temporale che gli consenta di riconnettersi al suo privato: ha moglie e tre figlie.

L’ingegnere del sud (è nato a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta), che ha diviso la sua formazione universitaria tra la Seconda Università di Napoli, la Luiss di Roma e la California, è oggi l’amministratore delegato di Froneri, il colosso del freddo che, dopo la dismissione dello stabilimento di Parma nel 2017, vede impiantata in Ciociaria l’unica filiale italiana con circa quattrocento dipendenti.

L’interno dello stabilimento Froneri

Classe 1968, è alla guida di una joint venture nata dalla fusione, nel 2016, tra il gruppo inglese R&R Ice Cream e la multinazionale svizzera Nestlé. Presente in più di 20 nazioni, la società detiene la proprietà di tutti i marchi del comparto gelati – tra i quali gli storici Motta e Antica Gelateria del Corso – e, in un mercato, che da decenni fa registrare un trend dal segno meno ma che non sembra riguardare Froneri che con il brand ha fatto registrare un anno record. Non solo. La recente unione con la Pacaro Logistica ha gettato le fondamenta del più innovativo polo del freddo: numeri e investimenti ricordano l’età dell’oro.

Incontro l’ingegnere nel suo ufficio di Ferentino, con vista sull’alta torre di cemento dove l’azzurro della scritta Froneri, dai caratteri dolci e stondati (Monaco ne porta orgoglioso la spilletta sul bavero della giacca), fa subito venire in mente l’incarto del biscotto da freezer più famoso e venduto in tutto il mondo: il Maxibon. Appese alle pareti, le riproduzioni dei primi gelati Alemagna, quando ancora c’erano le lire e un ‘eskibon’ ne costava appena settanta.

Le riproduzioni dei vecchi gelati Alemagna

Le previsioni economiche dicono che il grande gelo sull’Italia arriverà da Ferentino. Per fortuna non sarà un ciclone distruttivo ma piuttosto il vento del sud favorevole allo sviluppo…

“C’è da premettere che, se prendiamo come punto di riferimento solo l’ultimo anno, il mercato industriale del gelato in Italia ha fatto registrare un -2,5%, nonostante la stagione meteorologica sia stata al di sopra della media degli ultimi vent’anni. Sorte diversa per quello artigianale che, invece, continua a crescere. Perché noi siamo in controtendenza? Credo sia il frutto della politica messa in campo di recente in questa azienda: grande attenzione sia nei confronti del prodotto che del prezzo. Una logica che ci sta premiando con trend positivi a discapito dei nostri concorrenti”.

Se si parla di Cremeria viene in mente Gigi; il Maxibon è legato a un giovanissimo Stefano Accorsi.  Se si dice Froneri invece?

“È una società nuova, giovane, molto dinamica ma con un approccio imprenditoriale più  tipico delle piccole e medie imprese, nonostante la nostra sia un’azienda da 2,7 miliardi di euro. E se si pensa che, nel 2013, prima di fondersi con Nestlé, R&R aveva registrato un fatturato di 500 milioni e che, tre anni dopo, aveva raggiunto un miliardo fino ad arrivare, oggi, a più del doppio, è evidente che la crescita, per acquisizione ma anche organica, è stata oggettivamente spaventosa. Lo spirito del business, al contrario, è rimasto quello delle origini e questo grazie anche a un grande CEO a livello mondiale, Ibrahim Najafi, che è l’anima dell’azienda”.

Alcuni dei gelati Motta più venduti

Il suo “Mott…arello” per il binomio con la Pacaro è lo stesso del vostro biscotto, e cioè che du is megl che uan?

“Sì. C’è un proverbio polacco che rende ancora meglio il concetto: sei vuoi andare veloce, vai da solo. Se vogliamo andare lontano, andiamo insieme”.

Un ingegnere alla guida di un’azienda di gelati: quali sono le maggiori responsabilità di chi amministra un colosso del settore?

“Credo sia la consapevolezza che da ogni tua scelta dipenda la sorte di tante persone”.

Se dovesse racchiudere in quattro tappe fondamentali la sua carriera, quali ricorderebbe con maggiore soddisfazione?

“Bellissima domanda. Una, molto formativa, è stata lavorare come operaio in una fabbrica di mattoni quando frequentavo l’Università; poi il periodo da ufficiale in Aeronautica; la mia prima esperienza all’estero a 32 anni, da sposato e con una figlia in arrivo e, infine, l’incontro con R&R nel 2013”.

Oltre che in Svizzera, dal 1999 al 2001 lei ha lavorato nella sede inglese di Unilever: qual è la differenza sostanziale che ha potuto riscontrare con la mentalità imprenditoriale italiana?

“Gliela posso spiegare attraverso l’analogia con il calcio: quello inglese è molto veloce, con passaggi di palla verticali e profondi che puntano dritti alla rete. In Italia, invece, si tende a giocare in modo più orizzontale e, quindi, più lento. Non è possibile dire quale dei due sia il modulo migliore: forse combinati insieme danno il risultato ottimale”.

Tornando in Ciociaria, chiuso lo stabilimento di Parma, la Froneri ha puntato tutto su quello di Ferentino. In cosa si traduce questo per l’economia di una provincia che sembra avere più difficoltà di altre a decollare?

“La nostra scelta non è stata basata sull’aspetto socio-economico o logistico perché, in tal caso, probabilmente quella di Parma sarebbe stata una terra molto più fertile rispetto al Frusinate. Abbiamo, invece, deciso in base a un tessuto umano che, in condizioni socio-finanziarie più difficili, sente maggiore e più forte l’attaccamento al lavoro. Questo lo abbiamo riscontrato nella dedizione e nell’abnegazione dimostrate dal personale che, comunque, vanta anche competenze e professionalità importanti. Un altro fattore non trascurabile è la semplicità, anche delle Amministrazioni e della politica con cui abbiamo avuto contatti. Il momento era giusto per Frosinone, le capacità di produrre gelato c’erano – Italgel ne ha fatto la storia – e la nostra intuizione è stata premiata”.

L’ingresso degli uffici di Froneri

Una fiducia nel territorio dimostrata concretamente anche da un’ingente mole di investimenti. Una grande scommessa, non c’è dubbio.

“Sì, in generale investire oggi lo è e non soltanto qui. Froneri va in controtendenza e, in questo senso, è un po’ inglese, verticalizza. I numeri di quest’anno ci hanno dato ragione. Oggi, poi, il mercato è molto dinamico: i consumatori hanno bisogno di continua innovazione che stimoli interessi e acquisti. Non investire o lasciare gli impianti come erano, mantenere i vecchi asset avrebbero significato non poter fare innovazione e perdere una grossa fetta di mercato. Anche se sembra un grande salto nel buio, in realtà è una necessità”.

Quali sono, secondo lei, gli ostacoli più duri da superare nel sistema lavoro Italia?

“Dal punto di vista del consumo la nostra è un’industria stagionale che, quindi, fa registrare picchi e flessi di produzione. Di conseguenza abbiamo necessità di lavoratori stagionali: il decreto dignità ci ha tarpato le ali; la flessibilità di cui abbiamo bisogno, in qualche modo, viene limitata. Non perché vieti di assumere unità stagionali a seconda del bisogno ma perché non permette di prendere sempre le stesse: in questo tipo di industria la formazione è uno step importante e impegnativo. E applicando questa legge va persa. Noi abbiamo trovato delle soluzioni interne, anche facendo squadra con altre realtà impreditoriali per lo scambio del personale formato e qualificato. L’aspetto assurdo, però, è che nel sistema lavoro Italia si approvino simili decreti senza pensare alle esigenze delle aziende che, in questo modo, avranno degli extra costi oltre a un conseguente calo di competitività. E per gruppi come il nostro, trasformati al fine di mettere un piede fuori dallo Stivale, perdere competitività è un dramma”.

Ho un’ultima curiosità. Chiedo all’ingegner Monaco quale sia, secondo lui, il gelato in assoluto più buono prodotto da Froneri. “Non ho dubbi: la Coppa del Nonno!”. Ma non può fare a meno di decantare le lodi del Maxibon e dei nuovi gusti regionali della Cremeria,  antiche ricette riproposte in chiave moderna. Come a dire: conservare sotto zero la tradizione affinché il sapore di una volta faccia innamorare anche i palati quattro punto zero.

Giornalista dei quotidiani online “Il Corriere della Provincia” e “TuNews24.it” e del settimanale “Tu News”, ha collaborato anche con il mensile “Qui Magazine” oltre che con il settimanale “Qui Sette”; è stata inoltre Caposervizio del quotidiano “‘Ciociaria Oggi” e Caporedattore de “Il quotidiano della Ciociaria”. Collabora con la rivista “Chic Style”.

Giulia Abbruzzese

Giornalista dei quotidiani online "Il Corriere della Provincia" e "TuNews24.it" e del settimanale "Tu News", ha collaborato anche con il mensile "Qui Magazine" oltre che con il settimanale "Qui Sette"; è stata inoltre Caposervizio del quotidiano "‘Ciociaria Oggi" e Caporedattore de "Il quotidiano della Ciociaria". Collabora con la rivista "Chic Style".

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