Fontechiari, ad ArtinChiaro si celebra la letteratura

A Fontechiari si celebra la letteratura in occasione della manifestazione ArtinChiaro, e venerdì 13 agosto Fabrizio Ghilardi, romano classe 1967, da anni impegnato nella progettazione e nella realizzazione di reti di cooperazione transnazionale su temi culturali e sociali, racconta il motivo che lo ha spinto a narrare in due suoi romanzi, Wembley in una stanza (Minerva Edizioni, 2010) e Di efferati delitti e d’altre storie macabre (Idrovolante Edizioni, 2020), storie ambientate nel paesino della Ciociaria che lo ospita alle ore 20.


«Sono romanzi molto diversi tra loro» – esordisce Ghilardi – «Wembley in una stanza, autobiografico, racconta uno spaccato di storia politica e sociale italiana attraverso gli occhi di due fratellini grandi appassionati di calcio e di Subbuteo, il calcio in miniatura che ha regalato a numerose generazioni un calcio da tavolo, replica di quello giocato nella realtà. Di efferati delitti e d’altre storie macabre, invece, è una raccolta di quindici storie brevi, gotiche, noir e surreali, nelle quali si affrontano temi adulti e ci si interroga sul senso della vita e, soprattutto, su quello della morte in chiave decisamente poco politically correct. In entrambi i libri ho voluto omaggiare Fontechiari, uno dei luoghi della mia infanzia e poi buen retiro della maturità».


Se nel primo libro i fratellini affrontano l’interminabile villeggiatura che li teneva lontani da Roma e dalla routine, fatta di figurine Panini, partite di calcio ascoltate alla radiolina e delle quali – all’epoca – era possibile vedere le sintesi registrate su Novantesimo Minuto, e Fontechiari appare come un luogo più simile alla Narnia di Lewis che a una località dove trascorrere le ferie, in cui l’aria buona e lo scorrere lento del tempo cristallizzano le emozioni, nel racconto intitolato Di fotografie e di spiriti presente nella raccolta di Idrovolante Edizioni appare come un luogo surreale in cui un misterioso personaggio si presenta il 22 aprile del 1908, il giorno in cui – nella realtà – nasce proprio nel paesino della Ciociaria, la nonna dell’autore, il motivo di tanto attaccamento di Ghilardi nei confronti dell’amena località che fino al 1862 si chiamava Schiavi.
È evidente come, nell’arco dei dieci anni che intercorrono tra la pubblicazione dei due volumi, sia cambiata la percezione che l’autore ha di Fontechiari. In Wembley in una stanza, il paesino rappresenta una prigione dorata e l’integrazione tra i bambini locali e i due fratellini romani non sempre risulta immediata e di facile compimento. La sottile ironia di Ghilardi gioca sui meccanismi di incontro-scontro tra Roma e Fontechiari, prendendo in giro con dolcezza le diversità che egli percepiva ogni volta che, finite le scuole, veniva caricato in macchina insieme al fratellino – oggi storico, archeologo e professore universitario – e tenuto per tre mesi a confrontarsi con una realtà profondamente diversa da quella espressa dalla quotidianità cittadina.
«Fontechiari era il paesino di nonna Maria che però, già da bambina, si era trasferita a vivere a Roma» – ricorda Ghilardi – «Avevamo una casa al centro del paese e vivevamo una quotidianità completamente diversa da quella romana. E così dovevamo cambiare velocemente usi, costumi, abitudini. Non era facile. Spesso una forte malinconia ci riportava alla mente i compagni di scuola, le partite di calcio disputate con gli amici e, soprattutto, gli interminabili tornei disputati a Subbuteo. Subbuteo che portavamo con noi, immaginando che i piccoli calciatori in miniatura, andassero in ritiro precampionato in attesa di disputare la nuova stagione calcistica».
Quel piccolo paesino percepito con un non-luogo dalla fantasia dell’autore, però, negli anni diventa oggetto di attenzione in chiave culturale.


«Fontechiari nella mia fantasia ha smesso i panni di oasi protetta nella quale trascorrere quella che negli anni settanta si chiama villeggiatura. Fontechiari è diventato un luogo importante in cui sviluppare sempre più temi culturali e presso il quale fare sistema con le realtà circostanti. Le ultime vicende legate all’emergenza Covid hanno mostrato a me cittadino quanto l’attaccamento alla terra e alle proprie lontane origini sia importante. Il mondo contemporaneo nasce già malato. Oswald Spengler ha parlato di tramonto dell’Occidente e un fine scrittore come Ernest Jünger ha spesso fatto riferimento al tema del passaggio al bosco come forma di ribellione al postmoderno. Sono fermamente convinto che ripartire dai piccoli centri, da quei concetti che resero grande l’Europa e la Civiltà Cristiana, sia necessario per dare un nuova spinta al nostro Paese, distratto da tematiche politiche e sociali poco centrali per le vere sfide culturali del nostro tempo».
Insomma, una specie di nuovo medioevo, che Papa Leone XIII ebbe a definire l’Età Cristiana per eccellenza, in cui legarsi alla terra e ai piccoli borghi che hanno reso grande la nostra Civiltà. Il tutto, ripartendo da Fontechiari e dalle storie che un giorno si potrebbero raccontare.