La dottoressa Camilla Di Franco, tra musicoterapia e passione

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Ciociara d’adozione, ci spiega tecniche, potenziali pazienti e risultati ottenuti. Utile anche a chi soffre di Parkinson, Alzheimer e autismo, lei lo racconta così: “Un lavoro fatto di pazienza e amore”

di Lucia COLAFRANCESCHI

Se ne sente tanto parlare, specie nell’ultimo periodo, ma cos’è nello specifico la musicoterapia? Cosa scatenano nell’inconscio di un uomo, di un bambino, di un adulto, delle note musicali? Soprattutto, come può, questo strumento rivelatosi davvero utile, scavalcare quel muro emozionale che spesse volte si costruisce tra un soggetto ed il mondo esterno? Lo abbiamo chiesto ad una esperta del settore, giovane, in gamba, che fa della passione per il suo lavoro la chiave di violino della sua vita.
Lei è Camilla Di Franco, partenopea di nascita, ma ciociara di adozione, vista la sua esperienza nell’ambito educativo, e nello specifico della musicoterapia per l’appunto, negli istituti secondari di secondo grado della provincia di Frosinone.

  • Cosa si intende per musicoterapia e cosa fa, nello specifico, un musicoterapeuta?

La musica aiuta a guarire, ma più che ascoltarla, bisogna farla! Tamburi, percussioni, canto libero possono curare ansie, nevrosi e perfino l’autismo infantile. Un luogo comune vuole che la musica sia ascolto; con la musicoterapia, invece, la musica la sia crea, aiutando il soggetto a comunicare attraverso lo strumento, sfruttando la sensibilità del paziente.

  • Ci hai nominato il paziente, appunto. Ti chiediamo allora, quale motivazione c’è di fondo nell’utilizzare la musica per intervenire su di esso?

    La musicoterapia si basa essenzialmente sulla comunicazione non verbale, molto più immediata e facile da utilizzare. È un lavoro lento, fatto di pazienza e amore. Bisogna essere pragmatici, perché non è l’operatore a stabilire le cadenze, bensì il paziente. E allo stesso tempo bisogna essere abili a conservare le emozioni, l’unica chiave d’accesso al mondo interiore altrui.
MUSICOTERAPIA CAMILLA DI FRANCO
  • Chi sono i pazienti di un musicoterapeuta?

    Possono essere svariati. Nello specifico, potrei citare per lo più pazienti con il Morbo di Parkinson, pazienti affetti da Alzheimer, bambini autistici o pazienti ospedalizzati, che hanno subito un intervento e che, grazie alla comunicazione sonora, riescono con più facilità a superare il trauma postoperatorio.
  • Potresti illustrarci delle tecniche che solitamente usi durante una seduta di musicoterapia, che magari ti danno più soddisfazioni?

    Tra queste potrei citarne due: “La musica con una struttura e una cornice precostituita” e “La tecnica dello songwriting”. Nella prima, si utilizzano melodie già note al paziente, in modo da fornire riferimenti, sicurezza e possibilità di collegarsi ad esperienze passate. La seconda, invece, mi consente di affidare al paziente la possibilità di creare da sé testi di canzoni dove, spesse volte, compare proprio come protagonista. Questa tecnica unisce diversi aspetti, tra cui l’ascolto, l’esecuzione, l’uso della voce, l’utilizzo degli strumenti; tutto seconda la volontà del paziente.
  • Ci puoi descrivere brevemente qual è il successo per un musicoterapeuta?

    Il successo più grande si basa nello scorgere i piccoli progressi che nel corso della terapia il paziente raggiunge: suonare insieme, guardarsi negli occhi, intonare melodie, il sorriso che traspare lentamente dietro ad un velo apparente. È questo il mio punto di forza. Quando tutto ciò accade, si ascolta un suono senza eguali: quello di una voce che affiora per la prima volta dal buio, tentando di agganciare la vita!

Un’esperienza che segna ed insegna, insomma, e che poi, tutto sommato, oltre che gradevole, è anche terapeutica!

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Redazione

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