Amata dalle colonne de Il Tempo, 30 anni dopo la caduta del Muro: “quei calcinacci restano simbolo di libertà”

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“A trent’anni dalla caduta del Muro quei calcinacci restano simbolo di libertà”. Andrea Amata dalle colonne del quotidiano nazionale Il Tempo commenta nel trentennale della caduta del Muro di Berlino: in un solo giorno furono seppelliti anni di propaganda sulle ragioni del comunismo. Proproniamo di seguito il suo articolo completo.

 

Oggi 9 novembre si celebra il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino che ha rappresentato il simbolo della frattura fra l’Occidente con i suoi valori di libertà e il comunismo che, nonostante i tentativi di temperarne il sopruso in una dimensione di prestigio utopistico-morale, la storia ha condannato come sistema liberticida e repressivo di qualsiasi impulso di emancipazione. Il muro innalzato nel 1961 dalla Repubblica Democratica Tedesca, per tamponare l’esodo di massa dai suoi territori, divenne l’avamposto della contrapposizione ideologica, politica e militare, denominata “guerra fredda”, fra i due schieramenti allora egemoni nelle rispettive sfere di influenza, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. L’ipotermia del conflitto ideologico non autorizzava contatti, solamente la reciproca minaccia distruttiva delle armi nucleari assicurò un equilibrio pacifico fra i due emisferi.

Con il pontificato del polacco Karol Woytila si avvertono le prime picconate al Muro e il suo grido di esordio, «Non abbiate paura!», incoraggiò le comunità cristiane nell’est dell’Europa a non abbandonare la speranza. Solidarnosc, il sindacato ispirato all’identità cattolica della Polonia, coagulò le opposizioni anticomuniste, reclutando il dissenso al governo centrale attraverso l’approccio della non-violenza. Fra le eredità morali che cooperarono alla caduta del Muro non si possono ignorare la rivoluzione ungherese del ’56 e il sacrificio di Jan Palach a Praga che testimoniavano i sintomi insopprimibili di ribellione agli arbitrii sovietici.

Sul Muro dardeggiava l’anelito indomabile di libertà che produsse l’atto demolitorio il 9 novembre 1989. Dallo smantellamento del grande e lungo tramezzo, che isolava e scorporava dall’Europa democratica intere popolazioni, germogliò l’architettura di un edificio comunitario inclusivo. Il frullio delle ali di libertà si propagò in una vibrazione contagiosa che diede la spinta ad altri processi di affrancamento in un effetto domino incontenibile con la rifioritura delle patrie dell’Est per anni asservite e coartate dalla dominazione sovietica. Con l’abbattimento del Muro si riunifica la Germania, ricomponendosi nella sua integrità territoriale, e si sincronizzano le due entità, per 28 anni separate, con uno sforzo poderoso a causa dell’anacronistico e zavorrato status della Repubblica tedesca dell’est che era stata depauperata e sclerotizzata dal socialismo reale.

Per anni gli intellettuali-vallette, da comode postazioni di libertà occidentale, hanno ammantato di rispettabilità culturale le ragioni prevaricatrici del comunismo, perorandone il modello di controllo centralistico e asfittico ma al contempo sottraendosi, ipocritamente, alla sua amministrazione. Il crollo del Muro ha sepolto nella sua implosione il dispotismo politico e restituito respiro alla creatività economica e al progresso sociale. Non finì la storia, come profetizzò Francis Fukuyama, ma altre sfide impegnative si sono annunciate con fragore, minacciando il bene supremo della libertà. Pertanto, i calcinacci del Muro non vanno osservati come un reperto archeologico asettico, ma elevati a monumento di libertà a cui rendere omaggio nel quotidiano esercizio dei valori liberali.

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