lunedì 27 Giugno 2022
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HomeEconomia e FinanzaIl Sin uccide le aziende. In fumo cento posti di lavoro

Il Sin uccide le aziende. In fumo cento posti di lavoro

La Catalent rinuncia ad investire in Ciociaria a causa della burocrazia oppressiva nella Valle del Sacco

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Dura presa di posizione del presidente di Unindustria Lazio Angelo Camilli. L’azienda farmaceutica decide di far partire il nuovo progetto ad Oxford, forte appello dall’associazione datoriale per snellire le procedure

La decisione della Catalent di spostare gli investimenti da Anagni ad Oxford ha provocato una ridda di reazioni politiche sul territorio ma anche  tra le associazioni di categoria.  Ultima in ordine di tempo quella del presidente di Unindustria Lazio, Angelo Camilli.  Sul ‘banco degli imputati’ finisce ancora una volta i tempi per il rilascio delle autorizzazioni a causa del Sin Valle del Sacco.

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“Con grande amarezza  – evidenzia Camilli – devo prendere atto che Catalent, azienda farmaceutica multinazionale attiva anche nel Lazio, si è trovata costretta a rinunciare ad un investimento di 100 milioni di euro ad Anagni, per un centro di sviluppo sulla produzione innovativa di materie prime biologiche che avrebbe garantito il rinnovo del contratto di 100 brillanti giovani ricercatori che da domani non avranno più un posto di lavoro.  Tutto questo valore potenziale, per l’inefficienza della burocrazia italiana e di tempi autorizzativi fuori da ogni logica, finirà invece in Inghilterra. È la conclusione tristissima di una vicenda che va avanti ormai da più di due anni, da quando l’azienda ha avviato un procedimento di caratterizzazione ambientale nel perimetro del Sito di Interesse Nazionale (SIN) ‘Bacino del Fiume Sacco’. Unindustria e Confindustria hanno seguito con attenzione il caso e incessanti sono state le azioni su tutti i livelli nazionali e locali per scongiurare questo epilogo imbarazzante per l’intero sistema Paese”.  Il presidente di Uninudustria fa notare che “la vicenda di Catalent è sicuramente la più eclatante, ma non è e non sarà l’ultima finché non si interverrà sulle tempistiche eccessivamente lunghe di rilascio delle autorizzazioni, in particolar modo quelle ambientali, necessarie all’insediamento o anche solo alla normale continuazione dell’attività d’impresa.

A pagarne le conseguenze, infatti, è l’intero tessuto produttivo italiano che si trova a combattere contro una pubblica amministrazione anti impresa e a rinunciare, spesso, a nuovi investimenti che significano innovazione, lavoro di qualità e crescita economica. Come sistema delle imprese non possiamo più tollerare una situazione di questo genere. Chiediamo con forza tempi degni di uno Stato che vanta ancora la seconda manifattura d’Europa e non può ritenere accettabile che una richiesta di autorizzazione rimanga ferma su una scrivania senza risposta per due anni. Queste attese non sono compatibili con la vita e lo sviluppo di un’impresa, ma più in generale di un paese civile e industrializzato”. Infine un appello alle istituzioni.  “Bisogna prevedere – argomenta  Camilli – una radicale semplificazione delle autorizzazioni, ma soprattutto termini certi per le pratiche, superati i quali deve scattare una sanzione economica severa in caso di inadempimento. Chiediamo con forza al Presidente del Consiglio Mario Draghi e al Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani di intervenire immediatamente per evitare altre Catalent sul nostro territorio nazionale. In un momento così difficile come quello che stiamo attraversando, un intervento sullo sblocco delle autorizzazioni ambientali sarebbe certamente un messaggio positivo per l’Italia.  Ci sono cortei e contestazioni davanti ad una fabbrica che annuncia di chiudere. Non c’è mai nessuno davanti alle porte di un’azienda che rinuncia ad aprire”.

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