Intervista a monsignor Ambrogio Spreafico

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Da dodici anni è Vescovo della Diocesi Frosinone-Veroli-Ferentino. Uomo dei grandi Dialoghi, ma insieme Uomo capace di parlare di sé

di Egidio Cerelli

Mons. Ambrogio Spreafico dal 18 ottobre 2008, alla morte di Mons. Salvatore Boccaccio diviene vescovo ordinario della diocesi Frosinone-Veroli-Ferentino.
All’inizio del mese di luglio dello stesso anno Papa Benedetto XVI lo aveva nominato vescovo coadiutore di Frosinone-Veroli-Ferentino, concedendogli tutte le facoltà di ordinario diocesano.

Il 26 luglio seguente riceve l’ordinazione episcopale dal card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato di Sua Santità. Due giorni dopo prende possesso della Diocesi, affiancando il vescovo Salvatore Boccaccio.
Il 18 ottobre 2008, alla morte di monsignor Boccaccio, diviene vescovo ordinario di Frosinone-Veroli-Ferentino.
Ai lunghi anni di docente universitario, segue l’incarico di Rettore Magnifico della Pontificia Università Urbaniana(dal 1997 al 2008).
Dal maggio 2010 al giugno 2015 è stato Presidente della Commissione Episcopale della Conferenza Episcopale Italiana per l’Evangelizzazione dei Popoli e la Cooperazione tra le Chiese. Nominato dal Santo Padre membro della Congregazione delle Cause dei Santi dal 4 maggio 2011. Il 18 maggio 2016 è stato eletto Presidente della Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, della quale era già presidente “ad interim” dal gennaio 2016.L’8 luglio 2020 è stato nominato dal Santo Padre membro del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.

Sono quasi dodici anni che si trova con noi. Per il Vescovo la durata del suo mandato ha un tempo limite nello svolgere questa missione oppure è a discrezione del Papa?
“Il limite sono 75 anni, compiuti i quali ogni vescovo deve presentare le dimissioni al Papa, che è libero di accettarle subito o di prolungare il mandato del vescovo a sua discrezione”.

Dove vede il punto più originale e di suo, rispetto al passato, nel pontificato di Papa Francesco?
“Più che di un punto originale si dovrebbe parlare di uno spirito con cui papa Francesco ha scelto di vivere il suo ministero. Io credo che esso si trovi spiegato nella Evangelii gaudium, che sebbene non sia un’enciclica, contiene il disegno missionario di Francesco, che vuole una “Chiesa in uscita”, che parla a tutti, che non esclude nessuno, anzi che esprime quell’amore preferenziale per i poveri di cui è portatrice, e delle cui sofferenze si fa carico, come si fa carico delle sofferenze del creato e della “iniquità planetaria”, che riguarda il mondo nella sua unità. Mi sembra che un aspetto importante del suo ministero sia quello di ricollocare la Chiesa in questo cambiamento d’epoca, come egli stesso lo ha chiamato, nello spirito del Concilio Vaticano II, con un messaggio universale, una Chiesa “esperta di umanità” di cui parlava Paolo VI alle Nazioni Unite, che per noi trova la piena realizzazione in Cristo Signore, ma che non esclude, anzi invita al dialogo con chi è diverso da noi”.

Dove oggi la Chiesa ha ancora più voce in capitolo rispetto alle mille distrazioni dei nostri tempi?
“La Chiesa oggi si presenta, almeno ci prova, come ognuno di noi con i nostri limiti e il nostro peccato, come segno di unità nella frammentazione del nostro tempo, dove le divisioni e i muri fanno da padroni, nonostante la pandemia di cui soffriamo ci abbia mostrato proprio il contrario. La sua voce risuona oggi come un messaggio di speranza e di pace davanti al dolore di questo tempo, alla violenza e ai numerosi conflitti in atto. Non è facile vivere con questo spirito sempre e ovunque. Anche la nostra Chiesa porta in sé le ferite della divisione e del peccato, ma non per questo deve rinunciare a essere quel segno per cui il Signore l’ha costituita”.

Una vergogna l’annoso problema della Valle del Sacco

I problemi del nostro territorio?
“Direi per prima cosa che dovremmo imparare a vivere insieme nella diversità. Non si può sempre e solo affermare se stessi contro gli altri. C’è, a volte, un clima di contrapposizione, animato da invidie e inimicizie, che non hanno senso soprattutto davanti alle difficoltà di questo tempo, e che si esprimono in modo a volte davvero scomposto sui social, invece di imparare a ragionare e dialogare. Credo si debba collaborare, unire le forze, essere in sinergia per il bene non del proprio gruppo qualunque sia, religioso, associativo, culturale o politico, ma per il bene di tutti. Quanto è difficile mettere insieme, lavorare insieme per l’interesse generale. Penso all’annoso problema della Valle del Sacco. Una vergogna. Non si vede nulla. Non si sa mai che fine fanno i vari finanziamenti e intanto si continuano a trovare scarichi abusivi, depuratori che non funzionano, terre incolte da anni. La cura del creato nella sua complessità sembra davvero l’ultima delle nostre preoccupazioni. E poi la disoccupazione, unita al lavoro nero in diversi settori, come quello delle badanti ad esempio. Non parliamo dell’usura e delle lucrose infiltrazioni criminose che fanno affari a scapito di una crescita vera del nostro territorio, così ricco di bellezze e di risorse. Ma meglio non sottolinearle – sostengono alcuni – come se parlarne deturpasse la nostra bella terra. Se mai la disinquinerebbe! “

L’ultimo Convegno Ecclesiale lo ha voluto all’insegna delle urgenze che il mondo ecologico chiede oggi all’umanità con urgenza, pensa a delle concrete ricadute di quel tema a livello diocesano e parrocchiale?
Se sì, in che modo?

“Spero che cresca la coscienza delle nostre realtà parrocchiali e non. Ho trovato tanta sensibilità e attenzione tra i giovani, che ho incontrato in alcune scuole e in alcune manifestazioni. Ma si può e si deve fare di più. Purtroppo la Laudato si’ di papa Francesco non è passata ancora nella coscienza dei nostri cristiani”.

Quale è il suo rapporto con i suoi collaboratori sacerdoti e parroci?

“Direi molto buono. Ci ascoltiamo e ci parliamo. Abbiamo i nostri momenti di incontro comune, ma decisiva è la relazione personale. Una Chiesa diocesana cresce nel dialogo, proprio perchè ognuno è portatore di una sua sensibilità, frutto del suo vissuto, che deve però contribuire ad arricchire il lavoro comune”.

Con i laici e i movimenti?
“I movimenti sono una ricchezza della Chiesa italiana, perché, pur essendo portatori di un loro carisma, si integrano facilmente nella Chiesa locale, e questo è una vera ricchezza anche a differenza di situazioni di altri paesi europei. Ringrazio per la loro presenza nella nostra Diocesi. La Chiesa è anzitutto “popolo di Dio”, di cui facciamo parte tutti, anche i sacerdoti e i consacrati, che non sono realtà a sé. Per questo l’impegno dei laici è fondamentale e si deve valorizzare, affidando loro delle responsabilità vere. Sono davvero fortunato per la ricchezza della presenza e dell’impegno dei laici sia nelle nostre diverse realtà che nella società civile. Senza il loro contributo di impegno e di riflessione sarebbe impossibile affrontare questo tempo complesso e difficile. Penso alla scuola, al volontariato, ma anche all’impegno di molti di loro nella riflessione biblica che abbiamo intrapreso in questi anni. Senza di loro tutto ciò sarebbe impossibile”.

La Chiesa ed il Covid

Durante la pandemia ed in modo particolare quasi all’inizio e noi lo abbiamo scritto più volte, abbiamo notato un avvicinamento alla Chiesa di tanti fedeli ed in modo particolare diversi che si professavano atei chiedere l’apertura delle chiese. Era paura, ritrovata Fede oppure populismo?
“E’ stato un periodo duro e complesso, per cui non ho motivo di giudicare chi chiedeva l’apertura delle Chiese. Ognuno partiva da punti di vista diversi. Comunque, a differenza di altre diocesi, noi non abbiamo mai chiuso le chiese! Un’altra questione riguarda la possibilità di celebrare con il popolo. Credo che abbiamo fatto bene ad essere prudenti, rispettando le regole sanitarie. Questo ha aiutato a non diffondere il contagio, che negli scorsi mesi è stato molto pericoloso e ha provocato malattia e morte. Certo, per noi cristiani, e non credo solo per noi, il ritrovarsi insieme per la preghiera e soprattutto per la Santa Messa è essenziale, fa parte del nostro essere comunità attorno al Signore, che ci costituisce suo popolo proprio attorno alla celebrazione della Parola e dell’Eucaristia. Ho visto, se mai, un avvicinamento alla Chiesa nelle opere di carità. Posso testimoniare che tanti, anche non praticanti o non credenti, come si suol dire, hanno voluto aiutare le persone in difficoltà prodigandosi in molti modi, dalla distribuzione del cibo alla raccolta di fondi per le varie necessità alla donazione di cibo e materiale utile in questo tempo. Sento molta gratitudine per tutte queste persone, al di là del loro credo. Davvero la solidarietà non ha confini e crea unità perché fa guardare non a se stessi ma al bisogno degli altri. Spero che questo gesto di amore continui e non sia dimenticato nel ritorno agli impegni di sempre”.

Lei nei suoi messaggi, omelie, interviste, insiste sempre sull’urgenza di educarci alla pace e alla accoglienza, dopo dodici anni di presenza in Diocesi può parlare di una evoluzione della mentalità in merito?
“Non sento la necessità di fare un bilancio. Mi sembra che molti condividono questa mia preoccupazione, anche perché o la Chiesa è accoglienza e costruttrice di pace oppure verrebbe meno a uno dei doni che Gesù le ha lasciato proprio proco prima di subire la violenza della passione e della croce. “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” non sono parole che possono lasciarci indifferenti. Gesù sapeva che il mondo è spesso violento – lo avrebbe esperimentato dopo poco – e quindi non poteva non lasciarci questo dono. Del resto una delle beatitudini riguarda proprio i “pacificatori”, che saranno chiamati figli di Dio.Oggi il mondo è costellato da numerosi conflitti e anche la nostra società è piena di violenza, che si esprime in sentimenti, parole (dette e scritte sui social soprattutto) e gesti contro gli altri. Quindi mi sembra sia necessario educarci alla pace”.

Un suo cruccio lo definirei, è stato ed è quello della cura, del rispetto e della vicinanza agli anziani- dopo quanto accaduto col covid, i suoi, sono stati interventi ” profetici “, cosa ci dice in merito?
“Gli anziani rappresentano la nostra storia e sono luogo di connessione, presenza preziosa nella società, spesso sostegno alle famiglie giovani. Non si può accettare che il loro futuro sia l’istituto, anche se bello. Uno ha speso la vita per te e tu lo allontani, a volte lo dimentichi, gli togli la casa per le tue comodità. Non è accettabile!E si dovrebbe ricordare che un gran numero di morti per il Covid-19 sono anziani degli istituti; a volte neppure si dichiara che questa è stata la causa! Un’assistenza domiciliare seria e vera – e anche qui si dovrebbe rivedere qualcosa – un’integrazione tra sanitario e assistenziale potrebbe aiutare meglio l’anziano a rimanere a casa sua e farebbe risparmiare allo stato fior di soldi. Poi esiste un lavoro di prossimità agli anziani, creando reti di vicinato e un’assistenza leggera, che s’integrerebbe con l’assistenza domiciliare vera e propria, come avviene ad esempio nel progetto “Viva gli anziani” della Comunità di Sant’Egidio, attivo a Frosinone in accordo con il Comune”.

Ha sempre avuto parole di ‘carità’ nei confronti di chi chiedeva e chiede accoglienza perché profughi. Oggi che cosa ci dice in merito?
Quali le urgenze su cui concentrare oggi la vita cristiana nella sua/nostra Diocesi?

“Ho già parlato del dovere e dell’impegno dell’accoglienza per i cristiani, quindi non aggiungo altro. Del resto è inutile nascondersi dietro ideologie e o dietrologie – ad esempio di chi vede nei migranti degli untori -; le migrazioni hanno sempre fatto parte della storia. Gli italiani se lo dovrebbero ricordare, avendo invaso il mondo per necessità anche dal nostro territorio. Le migrazioni vanno gestite con lungimiranza e intelligenza politica, perché non saranno certo muri e barriere che le fermeranno. La Chiesa in questo sta facendo molto, anche la nostra Diocesi con impegno e fatica grazie a Diaconia. Certo non nascondo che l’Europa dovrebbe essere più solidale con quei Paesi, come l’Italia, a cui giungono molti migranti. Poi l’accoglienza va pensata in vista dell’integrazione, altrimenti rischia di rimanere un peso sia per chi accoglie che per chi è accolto. Alcuni settori produttivi in Europa hanno bisogno di forza lavoro che non trovano nei loro Paesi. Non avere un piano serio e propositivo rivolto all’integrazione rischia di peggiorare le cose, favorendo la clandestinità”.

La Caritas che ruolo ha avuto in questo periodo di pandemia?
“La Caritas sia diocesana che parrocchiale, assieme a Diaconia, ente gestore dei servizi della nostra Diocesi, ha dato e continua a dare un bel contributo in questo tempo, sia cercando risposte alle più svariate necessità (dal cibo all’alloggio…) sia mantenendo le possibilità lavorative dei suoi dipendenti, di cui nessuno è stato licenziato, pur nelle difficoltà. Ma soprattutto ammiro lo spirito di coloro che più sono impegnati in queste nostre realtà. Un bell’esempio per la nostra terra!”

È sotto gli occhi di tutti il suo impegno per la salvaguardia di edifici storici di proprietà della Diocesi, cosa motiva anche questo suo grande impegno?
“Abbiamo il dovere di mantenere in salute anche gli edifici che ci sono stati lasciati in eredità, che sono parte integrante di questo territorio e ne favoriscono anche la bellezza. E poi è un problema culturale. C’è bisogno di cultura e la cultura cresce con la conoscenza, la cura, i libri, la tradizione. Mi colpisce a volte il degrado di alcune parti dei nostri beni paesaggistici e architettonici, oltre all’incuria e al disprezzo di chi non rispetta l’ambiente e non investe in questo ambito. Per questo ho voluto che fossero costituiti due archivi storici, in relazione alle due antiche diocesi di Veroli e Ferentino, dove venisse raccolto tutto il materiale storico delle parrocchie perché fosse a disposizione dei ricercatori. Bisogna ringraziare la Conferenza Episcopale Italiana che utilizza una parte dell’8×1000 destinato alla Chiesa Cattolica per il restauro degli edifici storici e anche per gli archivi e le biblioteche. Forse non si sa, ma senza questo aiuto sarebbe stato impossibile restaurare edifici, come l’antico episcopio di Veroli o il Seminario o alcune chiese, e neppure avremmo potuto costituire i due archivi e le biblioteche del Seminario di Ferentino e di Veroli, oltre al museo dicessano a Ferentino.”

Papa Francesco l’ha recentemente nominata Membro del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Che valore ha questa nomina?
“Per tanti anni ho lavorato a Roma con la Comunità di Sant’Egidio per la preparazione degli Incontri Internazionali di Pregheria per la pace, che hanno raccolto esponenti delle grandi religioni mondiali. Gli incontri sono stati il seguito di quel memorabile raduno voluto da San Giovanni Paolo II ad Assisi nell’ottobre del 1986. Da lì è nato lo Spirito di Assisi. In questi anni ho maturato una serie di contatti e di amicizie, che mi hanno aiutato a capire il valore e il senso per la Chiesa cattolica del dialogo con le Chiese cristiane e le grandi religioni mondiali, a partire dall’ebraismo. Poi da circa quattro anni sono presidente della Commissione episcopale dei vescovi italiani per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. In questo senso la nomina pontificia si colloca in un cammino che fa parte del mio vissuto come studioso e oggi come vescovo.”

Se dovesse dire una parola di speranza ai giovani, dentro la delicata situazione mondiale, europea e post-covid, quale sarebbe oggi?
“Ai giovani direi di guardare al futuro con speranza, e scegliendo sempre di lottare per il bene ovunque essi saranno. Soprattutto sappiate pensare, leggere; non affidatevi solo alle poche parole dei social per capire voi stessi e il mondo. Il mondo è complesso, richiede fatica, studio, dialogo, visione, conoscenza, incontro. Chi ha uno sguardo solo sul suo territorio o sul suo particolare, purtroppo vivrà nella paura e sarà schiacciato dalla globalizzazione, che se non capita dominerà la vostra vita. Infine: siate pacificatori e solidali, contrastate qualsiasi violenza, di parole e gesti. E, mi permetto da cristiano e da studioso della Bibbia di darvi un suggerimento da amico: leggete la Bibbia, un grande tesoro di sapienza e umanità. Se volete, sono pronto ad aiutarvi. E buon risposo dopo la fatica delle ultime settimane con la scuola on line!”

Eccellenza, sino a quando rimarrà con noi?
“State sereni. Sono felice di rimanere qui con voi! Voglio bene a questa terra e ai suoi abitanti. Come tutti i vescovi darò le dimissioni il 26 marzo 2025, cioè al compimento dei 75 anni, e poi aspetterò che il Santo Padre le accetti!”

Vorrei chiudere con questa riflessione

Che fare allora? “Seguimi”, disse due volte Gesù a Pietro. Smettiamo di stare davanti. Mettiamoci con umiltà dietro a Gesù e saremo felici e renderemo bello il mondo. La solidarietà che molti anche in questa città hanno vissuto in questo tempo, aiutando tanta gente bisognosa, sia un segno di speranza per il futuro. Solo insieme ci salveremo, cari amici. Chi si ostina a pensare di salvarsi da solo, escludendo gli altri, si perderà e farà perdere anche gli altri. Abbracciamo con gioia l’unica vera rivoluzione che può cambiare il mondo: quella dell’amore gratuito: è il contagio del bene.
Grazie Eccellenza e ad maiora!

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Egidio Cerelli

Giornalista del quotidiano online "TuNews24.it" e del settimanale cartaceo "Tu News", inizia a collaborare con il Messaggero il 29 aprile 1973, quindi con il Corriere di Frosinone, Radio Frosinone, TeleUniverso e Itr, per le telecronache del Frosinone Calcio e del Basket Veroli. Quindi Extra Tv, Ciociaria Oggi, La Provincia Quotidiano e Tg24. Organizzatore di numerosi eventi tra cui la Biennale del Ferro Battuto, Premio Veroli con Mogol, Premio Valente con Gaetano Castelli.