Le vicende politiche frusinati di questi giorni e i propri protagonisti, a pensarci bene, ricordano vagamente la storiella dei tre pifferi di montagna, che andarono per suonare… e furono suonati. L’unica differenza è che, nella nostra storia, i pifferai sono solamente due, uniti nella loro amara sorte anche dallo stesso cognome, seppur non parenti: Fabio e Massimiliano Tagliaferri. All’interno della politica frusinate, l’uno ex vicesindaco di Frosinone, l’altro presidente del Consiglio comunale.
Tutto nacque pochi mesi fa, quando il buon Fabio, che all’epoca poteva contare su un battaglione di 5 consiglieri comunali più o meno compatti (i piccoli battibecchi ci sono anche nelle migliori famiglie) decide di iniziare a giocare a fare Napoleone. In particolare, secondo quanto emerso dagli ambienti politici, sarebbe stata l’imminenza delle elezioni provinciali ad ‘ispirarlo’: per questo inventò, insieme all’alatrense Massimiliano detto Max, una sconsiderata strategia di attacco, per cercare di trovare un sufficiente numero di voti ponderati per l’elezione di un suo uomo a palazzo Iacobucci. Così decise di far entrare all’interno del Polo Civico, che contava un solo consigliere, Andrea Turriziani (confederato con Fdi) con la promessa, una volta costituito il gruppo da due, di poter scegliere un assessore di suo gradimento: il nome, senza neanche pensarci, fu quello di Francesco Trina, cognato di Turriziani: qualora il sindaco avesse fatto storie, gli avrebbe fatto sponda con il ‘suo’ numeroso gruppo, con la velata minaccia di fargli mancare i numeri. In cambio, i due consiglieri della civica si sarebbero uniti a quelli del gruppo Fdi nel votare Carfagna, quindi il prescelto di Fabio e Max per entrare in Provincia.
Per una serie di vicissitudini che abbiamo raccontato in questi giorni, la linea non passa e il presidente di Ales si trova a perdere anche due consiglieri, che schifati da tale strategia fuggono nell’area dell’onorevole Mattia. Anche la successiva mossa di fare gioco-forza per avere un assessorato in più finisce male, e Mastrangeli, vedendo il gruppo dei meloniani assente al gran completo in occasione di un Consiglio importante e improrogabile, va su tutte le furie, decidendo di revocare le deleghe ai due assessori di Fdi.
I dissidi non rientrano e tutti sono costretti a partecipare ad un tavolo nazionale di confronto tra i vertici di Fdi e Lega a Roma, al quale Fabio Tagliaferri non è neanche invitato, visto che, nonostante le varie ingerenze all’interno del partito, non ha alcun ruolo politico attivo: lui ora è solamente presidente dell’Ales Spa, partecipata del Ministero della Cultura grazie alla quale porta a casa quasi 200mila euro l’anno.
In sostanza, grazie anche all’intervento di Durigon e Trancassini, alla fine si fa pace con Mastrangeli, si abbassano i toni per il bene del capoluogo e si decide la nuova ‘mappa delle deleghe’: un assessorato alla Lista per Frosinone del vicesindaco Scaccia e uno a Fdi. Andrà però alla frangia di Mattia, in base ad un accordo fatto al precedente congresso cittadino, anche perché ora tiene anche in pugno circa la metà del gruppo consiliare.

In sostanza, dunque, in una manciata di settimane Fabio Tagliaferri, grazie all’azione politica messa in campo, è riuscito a perdere due consiglieri; poi ha litigato con il sindaco che ha revocato le deleghe ai suoi assessori a causa del braccio di ferro fatto per avere un terzo assessorato. Che alla fine è stato deciso che andrà non a lui ma a Mattia. L’operazione del Polo Civico è sfumata, per cui non avrà neanche i voti alle Provinciali per Carfagna. Voti che probabilmente non avrebbe comunque avuto, visto che si mormora che in ogni caso sarebbero andati al candidato di Isola Liri, di riferimento di Righini. E, in tutta questa Caporetto, gira voce che abbia preso anche una bella strigliata dai vertici regionali del suo partito per aver fatto sembrare Fratelli d’Italia attaccata alle poltrone e agli assessorati, quando in realtà da Roma nessuno avrebbe autorizzato bracci di ferro con un sindaco, tra l’altro della propria coalizione, al fine di avere un posto in più in Giunta. Un disastro senza fine! Per il neo Napoleone ciociaro, Frosinone come Waterloo: una disfatta totale.
Il buon Max, invece, fuoriuscito dal Carroccio nei mesi scorsi dietro consiglio del suo spin doctor (nel momento in cui al sindaco mancavano i numeri, dunque quello più utile per sentirsi indispensabile e poter chiedere) alla fine non è riuscito nei suoi giochetti grazie al cambio di casacca di alcuni consiglieri d’opposizione, che hanno riportato su la maggioranza. Dunque, rimasto solo, ha provato di nuovo il giocone con il suo ‘cognonimo’, facendo da regista nelle trattative. In cambio, si mormora, ci sarebbe stato un posto al sole per le prossime Regionali, oppure in qualche ente. Anche in questo caso, quello che ha rimediato è stato un bel fiasco. Da bere, tra l’altro, in solitaria, visto che, abbandonando il suo gruppo e non riuscendo ad unirsi ad un altro a causa del fallimento del suo piano, è ormai rimasto ai margini di tutto.

Ecco perché gli accadimenti politici di questi giorni a Frosinone rievocano nella mente la storiella dei pifferi di montagna, che andarono per suonare… e invece furono suonati. Loro, però, erano in tre: Antonio, detto l’Elvetico nano; Luigi, detto il Mediocre scadente, e Zebedeo, soprannominato il Subdolo bifido. Oltre ad essere arroganti, erano anche molto prepotenti, come spesso succede ai poveri di spirito.


