La promozione in Serie A del Frosinone è un capolavoro che appartiene alla città, alla storia di questa maglia e, soprattutto, a chi quel rettangolo verde lo ha sudato e guidato. Eppure, le celebrazioni di sabato scorso hanno lasciato sul terreno un retrogusto agrodolce, offrendo una fotografia nitida di dove risieda il vero cuore pulsante del tifo canarino e dove, invece, inizino le logiche di una narrazione differente.
Il palcoscenico dei veri protagonisti
Finché sul palco sono rimasti i calciatori, lo staff tecnico, l’allenatore e il presidente, l’atmosfera ha vibrato dell’entusiasmo genuino di un popolo in festa. Loro sono i veri e unici artefici del miracolo sportivo, i beniamini indiscussi che la piazza voleva abbracciare.
Il termometro del reale coinvolgimento cittadino ha però registrato un brusco calo non appena la squadra ha salutato la scena: con la partenza dei leoni gialloazzurri, intorno alle 21, la piazza, che precedentemente ospitava poco più di mille persone, si è letteralmente svuotata.
A testimoniare la fine anticipata dell’incanto è rimasto un DJ, intento a suonare sul palco davanti a una platea ormai deserta, costretto a dialogare con il silenzio di uno spazio improvvisamente troppo grande.
La geografia del dissenso: dal Matusa allo Scalo
I numeri della seconda parte della serata hanno, di fatto, confermato le perplessità che avevano accompagnato la vigilia dell’evento. La scelta della location è stata al centro di una polemica accesa tra la tifoseria organizzata e l’amministrazione comunale.
Se i tifosi chiedevano a gran voce il Parco del Matusa — luogo sacro della memoria storica del club, teatro di mille battaglie — o almeno lo stadio Stirpe, il sindaco Riccardo Mastrangeli ha optato d’imperio per la zona dello Scalo. Una decisione che ha trovato una risposta silenziosa ma eloquente: molti club storici e diversi gruppi della Curva hanno scelto di non presenziare: solo in pochissimi hanno deciso di presenziare all’iniziativa, limitando però la propria partecipazione al momento di massimo contatto con la squadra per poi ritirarsi.
L’algebra del trionfalismo e i conti della piazza
Di fronte a un’evidenza numerica così parziale, non sono passate inosservate le dichiarazioni rilasciate a caldo dal sindaco Riccardo Mastrangeli su alcune testate giornalistiche locali. Una narrazione dai toni decisamente trionfali, in cui il primo cittadino è arrivato a quantificare in “oltre cinquemila” le presenze complessive alla manifestazione. Un esercizio di ottimismo statistico che stride fortemente con la realtà osservata da chi in piazza c’era e ha visto non solo poco più di mille presenze, ma i vuoti dilatarsi già in prima serata. Questa tendenza a ricalibrare i dati reali, quasi a voler difendere a tutti i costi la bontà della scelta dello Scalo, si scontra con la fredda cronaca di una piazza che, per gran parte della sua durata programmata, ha faticato a trovare un pubblico.
I ‘supercosti’ di una festa… a metà
A gravare sul bilancio dell’evento sono ora anche i dettagli formali. Come emerge dalla determinazione dirigenziale n. 1615 del 15/05/2026 del Settore Welfare (ma pubblicata solamente l’altro ieri), l’Amministrazione ha optato per un affidamento diretto da 36.600 euro a una società con sede a Fondi. Cifre importanti, che sollevano inevitabili riflessioni sull’ottimizzazione della spesa: il grande palco e le premiazioni dei calciatori sono stati infatti gestiti e sostenuti economicamente dalla Lega B. Di conseguenza, i fondi comunali sono andati a finanziare una scaletta che, da programma ufficiale, avrebbe dovuto protrarsi fino a notte inoltrata (con l’ultimo scaglione musicale previsto dalle 22:30/23:00 in poi), ma che nei fatti si è spenta già in prima serata, lasciando gran parte del palinsesto desolatamente privo di pubblico. Un paradosso che trasforma una fetta consistente di quell’investimento in una spesa superflua per una festa rimasta a metà.

La solitudine del protocollo politico
Un altro dettaglio non è sfuggito agli osservatori più attenti: la composizione delle presenze istituzionali sul palco. Il sindaco Mastrangeli è stato indubbiamente il più visibile, onnipresente tra premiazioni, sorrisi e scatti fotografici di rito. Al contrario, nessun assessore o consigliere comunale ha calcato le scene.
Non si è trattato, come qualcuno ha ipotizzato nelle ultime ore, di uno strappo politico o di un ‘boicottaggio’ interno da parte della Giunta, che di fatto era stata esautorata durante il vertice dell’esecutivo tenuto proprio per organizzare la festa, durato appena 6 minuti: il tempo di comunicare, da parte del sindaco, ciò che avrebbe fatto, senza alcuna condivisione (LEGGI QUI). La salita sul palco da parte degli assessori, infatti, non era minimamente prevista dal rigido programma della serata orchestrato dal primo cittadino. Una scelta di gestione dell’immagine che ha finito per centralizzare i riflettori su un’unica figura.

I Leoni restano del Popolo
Ciò che la serata di festeggiamenti consegna alla città è una verità vecchia quanto il calcio: l’entusiasmo non si pianifica a tavolino e l’appartenenza non si trasferisce per decreto. Sabato si è vista chiaramente la linea di demarcazione tra la passione autentica e la cornice istituzionale.
Nessuna lettura politica o strumentalizzazione di parte potrà mai scalfire il valore di questo traguardo. I veri leoni, i canarini che hanno conquistato la Serie A, restano i soli e legittimi beniamini del popolo frusinate. La festa è stata loro, e solo finché ci sono stati loro è stata vera festa.


