C’è una regola non scritta in politica, crudele quanto puntuale: non sempre i voti nelle urne si traducono in peso specifico nelle stanze dei bottoni. Il caso di Sergio Crescenzi, consigliere comunale di Frosinone tra le fila di Fratelli d’Italia, ne è forse l’esempio più lampante e, per certi versi, amaro.
Mentre la politica moderna si nutre spesso di slogan vuoti e di apparenza, chi macina chilometri e strette di mano rischia di restare al palo. È il ‘caso Crescenzi’: una figura che incarna l’impegno quotidiano, ma che nel bilancino degli equilibri di maggioranza sembra non aver mai ricevuto il riconoscimento che la matematica elettorale imporrebbe.
I numeri e il merito negato
I dati sono incontrovertibili. Crescenzi non è un consigliere qualunque: è risultato il primo degli eletti del suo partito. In una democrazia compiuta, questo status dovrebbe garantire un passaporto privilegiato verso ruoli decisionali. Eppure, la realtà dei fatti racconta una storia diversa. Nonostante il consenso popolare massiccio, Crescenzi appare spesso relegato ai margini delle grandi manovre. Una contraddizione che solleva dubbi sui criteri di meritocrazia all’interno del partito di cui fa parte: quanto conta davvero il voto dei cittadini se chi lo raccoglie viene poi messo da parte?
Il pompiere troppo onesto per i giochi di potere
Chi conosce Sergio Crescenzi da una vita ne traccia un profilo che stride con l’immagine cinica del politico di professione. Ex vigile del fuoco, Crescenzi porta in dote la ‘mentalità del pompiere’: essere presenti, risolvere problemi, aiutare quando possibile.
È una persona descritta come perbene, corretta, forse troppo per le logiche predatorie della politica locale. Ed è qui che scatta il cortocircuito. In un ambiente dove l’aggressività è spesso premiata, la disponibilità di Crescenzi è stata scambiata per debolezza; la sua correttezza istituzionale per ingenuità.
Un bivio politico
La situazione attuale pone un interrogativo non solo sul futuro del consigliere, ma sulla salute etica della politica frusinate. Sfruttare la lealtà di un alleato senza mai ricambiarla non è solo una scorrettezza umana, è un errore strategico.
Per Crescenzi, il consiglio che filtra dagli ambienti a lui vicini è netto: guardarsi attorno. Prendere atto che la fedeltà a senso unico diventa, alla lunga, un vantaggio solo per chi ne usufruisce. Se il merito e il rispetto del voto popolare non sono più la moneta di scambio, forse è arrivato il momento di far valere il proprio peso, rompendo quegli schemi che finora lo hanno ingiustamente penalizzato.


