La morte del 15enne Paolo Mendico resta una ferita aperta che scuote il Paese. L’adolescente si è tolto la vita la notte dell’11 settembre, alla vigilia del rientro a scuola. Una tragedia che ha lasciato sgomenta l’intera comunità di Santi Cosma e Damiano, il comune del sud pontino dove viveva con la famiglia (la madre Simonetta, originaria di Cassino, il padre Giuseppe, nato e cresciuto nel piccolo paese della provincia di Latina, i suoi fratelli e sorelle).
La famiglia e il peso del bullismo
Secondo i genitori Paolo era vittima di vessazioni sin dalle elementari: prese in giro per l’aspetto fisico (“Lo chiamavano ‘Paoletta’ o ‘Nino D’Angelo'”), insulti, esclusioni e perfino aggressioni. Episodi che – a loro dire – erano continuati anche negli anni successivi, fino alle scuole superiori. Le denunce alla scuola e agli organi competenti non avrebbero portato risultati concreti. “Mio figlio viveva con la paura del ritorno in classe”, ha raccontato la madre.
La scuola e le ispezioni
Paolo era iscritto all’ITIS “Pacinotti” e si preparava a frequentare il secondo anno. Il Ministero dell’Istruzione ha inviato ispettori nella sede centrale e nella succursale di Fondi per verificare eventuali segnalazioni rimaste senza seguito. La dirigente scolastica, respingendo le accuse di negligenza, ha dichiarato di non avere intenzione di dimettersi. Resta aperto l’interrogativo su quanto sia stato fatto per tutelare il ragazzo.
L’inchiesta della magistratura
La Procura di Cassino, con il procuratore capo Carlo Fucci, ha aperto un fascicolo contro ignoti ipotizzando il reato di istigazione al suicidio. Sono quattro i nomi, tra compagni di scuola e conoscenti, segnalati dai genitori e finiti al vaglio degli inquirenti. La Procura dei minori potrebbe ascoltarli nelle prossime settimane in un’indagine che la magistratura ha definito “volutamente lunga” al fine di approfondire ogni pur minimo dettaglio. Intanto, sono stati sequestrati cellulari e computer di Paolo, per analizzare chat e messaggi che potrebbero rivelare nuove responsabilità.
La comunità e il cordoglio
Il dolore della comunità si è trasformato in partecipazione: centinaia di persone hanno preso parte a fiaccolate e veglie, tra cui anche il vescovo di Gaeta. Amici, compagni e semplici cittadini si sono stretti attorno ai genitori, chiedendo verità e giustizia. Paolo era un ragazzo sensibile, appassionato di pesca e di musica: suonava il basso e amava artisti come Nino D’Angelo, che a sua volta gli ha dedicato un messaggio commosso: “Scusami Paolo se ti hanno dato il mio nome”. E ancora: “Dove eravamo tutti? Perdonaci se non abbiamo saputo aiutarti”.
Il servizio de ‘Le Iene’
La vicenda è stata raccontata anche in televisione: ‘Le Iene’, con un servizio andato in onda domenica sera su Italia 1, curato dall’inviata Roberta Rei e intitolato “Perché un adolescente si toglie la vita?”, ha dato voce al dolore della famiglia e ha ricostruito le tappe del dramma. Il reportage ha posto l’accento sui possibili silenzi della scuola e delle istituzioni, rilanciando la domanda che tutti si pongono: si poteva evitare questa tragedia?
Un caso che interroga tutti
Il nome di Paolo Mendico è diventato simbolo delle vittime di bullismo. Restano aperte le indagini giudiziarie e quelle ministeriali, mentre la comunità chiede non solo giustizia, ma anche strumenti concreti per prevenire simili tragedie. La storia di Paolo, con la sua fine improvvisa e ingiusta, costringe il Paese a guardare negli occhi il problema: quanto siamo in grado di ascoltare i ragazzi e di proteggerli davvero?


